Parlare del futuro del Made in Italy è sempre un grande piacere per il Team di Goodlovers soprattutto se l’interlocutore è un grande difensore del concetto stesso di italianità da esportare in tutto il mondo. Nel salotto di Goodlovers abbiamo ospitato una delle migliori giornaliste italiane: genuina, capace e professionale. Sto parlando di Stefania Cavallaro che ci ha onorati di un frizzantissimo confronto. La difesa e la valorizzazione del Made in Italy è una battaglia che le sta particolarmente a cuore. In quest’intervista abbiamo posto a Stefania degli interrogativi che, grazie al pozzo di buon senso che la caratterizza, è riuscita con diligenza e maestranze a farci conosce nuove prospettive.

Conosciamo Stefania..

GL: Sappiamo che la sua passione per il giornalismo inizia molto tempo fa, un viaggio in continua ascesa dagli studi di telelombardia fino a curare con determinazione e slancio, dando così un taglio singolare,le edizioni di punta di studio aperto. Tanta gavetta ma tante soddisfazioni. In che modo si è avvicinata al mondo del telegiornalismo?

SC: La passione per la comunicazione ce l’ho sempre avuta, al liceo pur di scrivere mi sono improvvisata direttore del giornale d’istituto, si chiamava” mezzo minuto”… da lì poi l’università e quel fuoco che cresceva, soprattutto verso il mondo delle immagini. Non sono mai stata molto paziente nelle decisioni della mia vita, così un bel giorno, dopo aver elaborato la scelta definitiva – volevo fare la giornalista, non solo studiare per diventarla – ho iniziato a mandare curriculum via fax a tutte le tv locali trovate sulle pagine gialle… il primo a Telelombardia. Dopo 5 minuti mi avevano fissato un colloquio, proprio quel giorno una conduttrice aveva annunciato le dimissioni… come dire, la fortuna aiuta gli audaci.

GL: Questo suo lavoro l’ha portata a scoprire molte realtà, una di queste è il Made in Italy. Grazie alle sue conoscenze sa darci una sua idea sulla situazione attuale del “Made in Italy” in relazione agli altri “Made in “?

SC: Il nostro “made in” è il più amato in molti settori: dalla moda, alla cucina, al design. Siamo più eclettici di altri paesi,  siamo un popolo di imprenditori che pone il talento al centro della propria realtà e questo ci rende unici. Se posso fare una riflessione da spettatrice di eccezione delle realtà italiane, la crisi ha creato qualcosa che paradossalmente da tempo stava lentamente uccidendo il piccolo “Made in Italy”. Dopo una fase iniziale di buio assoluto, ha ridato voce e credibilita al mondo delle piccole realtà, a chi ha perso un lavoro e ha deciso di rimettersi im moto in proprio, magari rispolverando un’antica passione che aveva soffocato per un lavoro più sicuro: botteghe, artigiani, piccoli produttori di materie prime. Chi compra ora, che sia un vetsito o un piatto di pasta, vuole essere sicuro di quello che ha davanti, della sua “genuinità”, anche intellettuale, anche se è ancora durissima. Ma sapere che ci ha lavorato un 40enne che realizza con le sue mani, scegliendo i pezzi con cura, un bracciale, adesso è un valore aggiunto. Ho conosciuto molte donne che hanno deciso di mettere su una nuova attività legata alla moda, dopo essere rimaste a casa per seguire il figlio o per la crisi, esse sono diventate da un giorno all’altro imprenditrici con un telefonino, un mucchio di materia prima sul tavolo del salotto di case e una grande motivazione.

GL: La guerra commerciale è in corso e sopravvive solo chi si difende, si dice sia la legittima difesa a produrre risultati concreti. Quali dovrebbero essere, secondo lei, i fronti su cui la classe dirigente dovrebbe intervenire per aiutare le aziende ad affrontare meglio la crisi economica?

SC: Investire non è più il tempo di non rischiare, di risparmiare. La crisi ci ha insegnato ad evitare inutili sprechi che forse avevano per troppo tempo dominato la gestione di molte realtà, ma ora è necessario rimettersi im gioco, con la passione e la grinta che gli italiani sono in grado di mettere in tutto ciò che fanno. Il tempo dell’immagine vincente è finito, non basta più ad attirare clienti, serve credibilita e onestà del prodotto, servono idee. Se io fossi a capo di un’ azienda alimentare, ad esempio, organizzerei dei campus tematici gratuiti sul cibo e i processi a cui viene sottoposto prima di finire in tavola, coinvolgendo studenti e ristorazione. Ma c’è bisogno di un aiuto concreto dello stato per permettersi slanci di questo tipo.

GL: Digitalizzazione, innovazione, diversificazione continua sperimentazione sono questi i driver su cui puntare per continuare a competere? Possiamo riconosce il web come un megafono per questa crescita economica?

SC: Il web è un gigantesco biglietto da visita che viaggia per il mondo alla velocità del pensiero. Li tutto si incontra, si confronta e dà origine a nuove realtà, ma a mio avviso, quelle brutture che sono nate dallo stesso potente mezzo di connesione, hanno un po’ ridimensionato il suo appeal: truffe, aziende inesistenti, false realtà che ora non bastano a farsi conoscere, bisogna essere credibili con fatti e investimenti concreti.

GL: I processi di internazionalizzazione sono, da sempre, considerati una stretta vincente per affrontare i periodi di recessione economica. In concerto quali piani potrebbero essere attuati per sviluppare una crescita economica?

SC: Non credo molto alla produzione di un prodotto doc, in un paese che non sia quello di origine. Ritorno al discorso precedente, credo che chi compra voglia sapere cosa ha davanti, chi lo ha realizzato e come,  proprio perché il denaro ora ha un valore diverso da quello che – nella nostra percezione – ha avuto fino al 2010. Il governo dovrebbe incentivare le aziende a produrre in Italia, con importanti defiscalizzazioni o incentivi per le concessioni o per i macchinari. Questo riporterebbe in italia realtà che ormai producono per l’80% all’estero.

GL: Si dice anche che il Made in Italy sia un modo di pensare l’Italia come contenitore di esperienze, culture, tecnologie, percorsi, che non hanno eguale specificità nel mondo. Addirittura una ricchezza più grande del petrolio. Quali possono essere, secondo lei, le nazioni pronte ad investire e così facendo portandoci alla salvezza?

SC: Ho avuto modo di visitare gli emirati arabi, una realtà che mi ha lasciato a bocca aperta, la tradizione radicata di quelle aree convive con la tecnologia più avanzata e una grande ambizione, in tutti i campi. Cercano il meglio in ogni settore e gli italiani sono considerati dei veri maestri, così come gli stati uniti possono crescre ulteriormente come nostri partner commerciali, per lo stesso motivo per cui in ogni città di italia gli americani non si stancano mai di visitare i nostri capolavori. Dovremmo realizzare un “Accademia del Made in Italy” detto questo, se proprio devo esere sincera, credo che la salvezza dell’Italia, sia l’Italia stessa. Abbiamo affrontato la crisi con grande dignità e coraggio, forti di una saggezza che ci ha messo al riparo da un disastro economico ancora peeggiore di quello che ha travolto la nostra economia.  Abbiamo fallito solo in un caso: quando la disperazione è stata più grande dell’aiuto di chi era davvero senza più prospettive, magari con qualche centinaio di migliaia di euro di credito con lo stato senza poterne ricevere un centesimo. Ecco li’ abbiamo fallito tutti.

GL: La ringrazio per aver condiviso con me, con Goodlovers e i nostri lettori queste sue forti conoscenze e opinioni che sicuramente hanno arricchito tutti noi.